Femminismi
E oggi cosa mi metto?
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Di Camusso nel nostro blogghino avevamo detto qualcosa qui, qui e qui.

Oggi ci torniamo su perchè la cgil torna in piazza con quella della violenza contro le donne, il pink washing periodico che ormai è in voga fra molt* in politica, nel sindacato, in genere fra chi deve emergere per sensibilità istituzionale.

Che l’argomento lavi più bianco lo avevamo scritto cinque anni fa, e da allora, ci pare che non molto sia cambiato, visto che si continuano a piangere vittime e su violenza sessuale e molestie si snocciolano numeri da capogiro come se nulla si fosse detto e nulla si fosse fatto.

La logica forcaiola che di solito si accompagna sempre nelle cose da fare in questi casi, non ha pagato e non paga; l’ostentazione continua di immagini vittimologiche di donne pèste e battute, neanche, bambole di pezza e scarpe rosse esposte nelle manifestazioni sono significati vuoti a certificazione di un “fenomeno” che ormai serve solo a vestire di ipocrisia chi ti dice di vestirti di libertà.

Il lavoro, per esempio. Camusso è leader sindacale e da lei ci si dovrebbe aspettare che avesse a cuore in particolare quello delle donne, perchè il lavoro è garanzia di indipendenza economica e questa è un grande antidoto contro la violenza quando garantisce libertà di movimento, una casa, una via di fuga dalla subalternità. Lavoro ed ovviamente condizioni di lavoro: materia squisitamente sindacale intorno alla quale vediamo continuamente situazioni allucinanti. Situazioni di nocività, di disparità salariale, di sfruttamento e arbitrarietà gerarchica e padronale.

Una storia per tante la raccontava Marina Forti su Internazionale; iniziava così:

Un giorno ti alzi alle 2 del mattino per arrivare al lavoro alle 4. Altre volte entri alle 6. Non sai ancora se alle 11 ti diranno di andare a casa o se andrai avanti fino al pomeriggio. Il giorno dopo magari fai il turno di notte: entri a mezzanotte per uscire alle sei del mattino, ma forse anche a mezzogiorno. “Fare dodici ore non è raro. Una volta è capitato per 26 giorni consecutivi, neppure una domenica di riposo. Volevo piangere”, ricorda Simona Carta. “Torni a casa, mangi qualcosa e crolli addormentata. Poi nella notte ti alzi e riparti. E avanti così due, tre, quattro settimane: non è una vita”. “Nulla è sicuro, turni, ore, paga”, aggiunge Serena Frontino. “Se rallenti, ti rimbrottano davanti a tutti. Ti dicono: se non ti sta bene, quella è la porta”.

Ecco, flessibilità e precarietà che hanno spazzato via anni di battaglie e lotte e conquiste per un minimo di diritti con la complicità di un sindacato succube e passivo ai dictat padronali.

La persona che racconta la sua situazione lavorativa su Internazionale dice che si era rivolta alla Cgil ma qui le risposero che non potevano mobilitarsi per i contratti a termine… ???

Di che libertà dovremmo vestirci cara Susanna e car* sindacalist*?

La sensibilità per la violenza contro le donne sarà pure una buona cosa, quando è sincera; non quando si indossa come foglia di fico a coprire le vergogne.

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