Femminismi
tutte le strade vanno in qualche posto
Categories: Malapecora

ci sono momenti nella vita in cui pur sforzandoti moltissimo e facendo del tuo meglio non becchi un cazzo (se mi passate l’espressione un tantino machista).
ciprovi ciprovi ciprovi ma niente – e magari t’incazzi pure, perché ci credi nelle cose che fai (sennó non le faresti) e pensi che non é possibile che ci sia questo scarto cosí abominevole tra l’energia e la buona volontá che ci metti e i risultati che ottieni.
poi te la racconti che é il destino delle avanguardie (me lo diceva sempre mia sorella Nikky, una che sempre ha avuto il coraggio di sperimentare e di fare la sua strada, costasse quel che costasse) e quasi quasi ti monti la testa, invece di pensare che sei una sfigata.


(rara testimonianza del primo set che ho scattato per un innominabile sito di alt porn – rifiutato senza appello anche se eccezionalmente simpatico – l’oggettistica era made in Chiba e Mauretto e la foto é di Banana, mica bruscolini)

e ti ricordi quella favola di Rodari della strada che non arrivava in nessun posto e speri di avere la testa abbastanza dura da non spaccartela, intanto che insisti.


perché DALLO E DALLO SE PIEGA PURE LO METALLO, e piano piano arrivano i riconoscimenti e l’interesse e certe belle gratificazioni che magari per un’altra non significherebbero manco tanto, ma che per te sono piú gustose di uno stipendio, di un paio di Loubutin, di una settimana alle Maldive o di un programma in prime time (per quanto la settimana alle Maldive, magari…)
ma non divaghiamo che giá ci ho girato troppo intorno.

qualche mese fa é incominciato ad uscire un mensile femminista molto figo che si chiama XXDONNE.
non lo trovate in edicola, si scarica gratuitamente dal sito e potete leggerne con comodo il pdf o ancor piú comodamente stamparvelo (su carta riciclata magari) e farlo girare tra le amiche, che vi dará spunti interessanti di discussione (piú delle Loubutin e dei programmi della tele italiana sicuro)
nella prima uscita conteneva il manifesto delle donne metafemminili, nel quale mi ritrovai abbastanza, tanto da pensare *oh quanto vorrei scrivere su questo giornale*. iniziai pure a scrivere una mail per propormi, ma come al solito m’incagliai sul pitching (chi sono? da dove vengo? cosa faccio? perché? AAAARGH)

beh, visto che questo é l’anno del Coniglio (che é il mio segno dell’oroscopo cinese – perché secondo gli astrologi occidentali essendo io del Leone é SEMPRE il mio anno, ma mica é vero) e visto pure che DALLO E DALLO giá sapete, alla fine ci ho scritto veramente su quel giornale, un po’ per caso e un po’ no – proprio com’é la vita.
un articoletto breve (infatti non sono riuscita a dire tutto e ne scrivo un altro anche sul prossimo numero) che traccia un ritratto affettuoso della scena postporno barcellonese.

poi vi vorrei dire che mi sento come il giovane Holden (che se scrive poi finisce per sentire la mancanza di tutti) per cui eviterei di parlare di Bologna, ma Atlantide (spazio di Porta Santo Stefano che ospita diverse realtá sociali e culturali lgbt e non solo) rischia lo sgombero. Se siete bulognans attivatevi (oggi alle 18.30 c’é un’assemblea alle Scuderie di piazza Verdi), se non lo siete cercate comunque di non rimanere indifferenti.

a questo scopo, vi offro qualche minuto di poesia – e una bella storia da raccontare a grandi e piccine alla prima occasione buona.

La strada che non andava in nessun posto
di Gianni Rodari

All’uscita del paese si dividevano tre strade: una andava verso il mare, la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto.

Martino lo sapeva perché l’aveva chiesto un po’ a tutti, e da tutti aveva avuto la stessa risposta:

– Quella strada li? Non va in nessun posto. È inutile camminarci.
– E fin dove arriva?
– Non arriva da nessuna parte
– Ma allora perché l’hanno fatta?
– Non l’ha fatta nessuno, è sempre stata li.
– Ma nessuno è mai andato a vedere?
– Sei una bella testa dura: se ti diciamo che non c’è niente da vedere…..
– Non potete saperlo, se non ci siete stati mai.

Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo Martino Testadura, ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto.

Quando fu abbastanza grande da attraversare la strada senza dare la mano al nonno, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce, ma per fortuna non pioveva da un pezzo, così non c’erano pozzanghere. A destra e a sinistra si allungava una siepe, ma ben presto cominciarono i boschi. I rami degli alberi si intrecciavano al di sopra delle strade e formavano una galleria oscura e fresca, nella quale penetrava solo qua e là qualche raggio di sole a far da fanale.

Cammina e cammina, la galleria non finiva mai, la strada non finiva mai, a Martino dolevano i piedi, e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane.

Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani, poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora.

-Vengo vengo, -diceva Martino, incuriosito. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi, in alto riapparve il cielo e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro.

Attraverso le sbarre Martino vide un castello con tutte le porte e le finestre spalancate, e il fumo usciva da tutti i comignoli, e da un balcone una bellissima signora salutava con la mano e gridava allegramente:

– Avanti, avanti, Martino Testadura!
– Toh, – si rallegrò Martino,- io non sapevo che sarei arrivato, ma lei sì.

Spinse il cancello, attraversò il parco ed entrò nel salone del castello in tempo per fare l’inchino alla bella signora che scendeva dallo scalone. Era bella, e vestiva anche meglio delle fate e delle principesse, e in più era proprio allegra e rideva:

– Allora non ci hai creduto.
– A che cosa?
– Alla storia della strada che non andava in nessun posto.
– Era troppo stupida. E secondo me ci sono anche più posti che strade.
– Certo, basta aver voglia di muoversi. Ora vieni, ti farò visitare il castello.

C’erano più di cento saloni, zeppi di tesori d’ogni genere, come quei castelli delle favole dove dormono le belle addormentate o dove gli orchi ammassano le loro ricchezze. C’erano diamanti, pietre preziose, oro, argento, e ogni momento la bella signora diceva:

– Prendi, prendi quello che vuoi. Ti presterò un carretto per portate il peso.

Figuratevi se Martino si fece pregare. Il carretto era ben pieno quando egli ripartì. A cassetta sedeva il cane, che era un cane ammaestrato, e sapeva reggere le briglie e abbaiare ai cavalli quando sonnecchiavano e uscivano di strada.

In paese, dove l’avevano già dato per morto, Martino Testadura fu accolto con grande sorpresa. Il cane scaricò in piazza tutti i suoi tesori, dimenò due volte la coda in segno di saluto, rimontò a cassetta e via, in una nuvola di polvere.

Martino fece grandi regali a tutti, amici e nemici, e dovette raccontare cento volte la sua avventura, e ogni volta che finiva qualcuno correva a prendere carretto e cavallo e si precipitava giù per la strada che non andava in nessun posto.

Ma quella stessa sera tornarono uno dopo l’altro, con la faccia lunga così per il dispetto: la strada, per loro, finiva in mezzo al bosco, contro un fitto muro d’alberi, in un mare di spine. Non c’era più nè il cancello, nè il castello, nè la bella signora. Perché certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova.

da Favole al telefono, Einaudi

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