DEMOLIRE IL PATRIARCATO NELL’EPOCA DELLA CRISI AMBIENTALE GLOBALE

Ricominciamo da qui, con un video di Marinella registrato durande un suo intervento a Udine sull’Ecofemminismo come chiave interpretativa per “fare la cosa giusta”.

3 maggio 2018 

video dell’incontro

DEMOLIRE IL PATRIARCATO NELL’EPOCA DELLA CRISI AMBIENTALE GLOBALE

Il patriarcato è quel sistema sociale nel quale il genere maschile esercita potere, proprietà, privilegio, dominio su ciò che è diverso da sé e su tutti quei soggetti che non si conformano alla sua attività morale. E’ anche il sistema che è responsabile di un’epistemologia, una scienza ed una tecnologia, cioè di un sistema di interpretazione-manipolazione della natura che oggi ci lascia, per esaurimento delle risorse, estinzione della specie e cambiamento climatico, sull’orlo dell’abisso.

Marinella Bragagnini – Gruppo per l’Ecologia Sociale

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A Marinella

Cara, 
se tu sei morta vuol dire che non esiste nessuna morte o nessuna vita. 
Cosa ancora? 
Ti sento immancabilmente dietro alla mia spalla destra ...
                     Marina Cvetaeva

Ci siamo conosciute tanti anni fa, nell’82, nella prima Sede Anarchica di Vicolo Candoli, a S. Giorgio di Nogaro. Alcune l’hanno conosciuta dopo, nel ’92, durante l’occupazione del CSA di Udine. Altre dopo ancora, in una fase più matura e più vicina alle lotte ambientali in difesa del nostro territorio. Quarant’anni di percorso in movimento, in evoluzione.

Non è stato un rapporto scontato, con lei, ma è cresciuto e maturato senza fatica, mescolando collettivo e individuale, privato-pubblico-politico, in modo sciolto, anche divertente, sornione. E’ diventata una sorellanza. Non lo diciamo come un termine da manuale femminista. E’ stato proprio così, nel tempo, naturalmente.

Marinella è sempre stata una persona discreta, molto intelligente, riflessiva-istintiva, ironica e, a discapito di un’apparenza fragile e minuta, è sempre stata tosta, determinata. Ce ne ha dato prova in quest’ultimo periodo, in cui ha fatto delle scelte impegnative, definitive, riguardanti la sua morte, anche la nostra … per quella parte che ci spetta, su cui non abbiamo potuto discutere, ma abbiamo potuto parlarne insieme. Non subito, ma lo abbiamo fatto, come si parlava degli altri argomenti, in modo perfino interessante. Sconvolgente e interessante allo stesso tempo. Ci ha dato tanto, anche questa volta, in modo poco appariscente, ma … come dire …c’è !

Insieme abbiamo fondato il Collettivo delle Dumbles, antica parola friulana, che significa “giovani donne” (a quel tempo lo eravamo davvero), un gruppo femminista e libertario sorto nel 92 … in continuità con un’esperienza già iniziata dal Collettivo Femminista Friulano nell’85-86 di cui lei, più grande, faceva già parte.

Marinella ha curato l’aggiornamento tematico del sito delle Dumbles e anche le pagine riguardanti l’Ecofemminismo (una sezione di Ecologia Sociale) trattando, da biologa quale era, temi importanti, di taglio scientifico: aborto, antimilitarismo, biotecnologie, biopotere, cyberfemminismo, ecofemminismo, eutanasia, femminicidio, femminismi, globalizzazione, integralismi, madre lingua, madri, procreatica, procreazione assistita, prostituzione, scienza, sessismo, soggetto nomade, stupro etnico, trapianti, violenza sessuale. In questi ultimi anni si è rivelata importantissima la sua riflessione su nuove possibili epistemologie scientifiche, al fine di interpretare problemi come la pandemia e la crisi climatica.

Negli anni, tra reale e virtuale, attraverso la ricerca e la sperimentazione, è stata parte attiva nello sviluppo di pratiche libertarie, autogestionarie, antisessiste, antifasciste; sempre presente, seppur con discrezione, nei collettivi, nelle occupazioni, nei comitati di difesa ambientale, unendo all’aspetto ecologista anche quello femminista.

Ecco un suo pensiero in cui questo binomio è ben visibile:

Abbiamo sempre pensato che la nostra battaglia per l’autodeterminazione … non possa essere disincarnata dal luogo che abitiamo … In esso ragioniamo contro il sessismo, contro la violenza, contro le prevaricazioni … che colpiscono noi, ma anche il luogo intorno a noi. Quando diciamo che non vogliamo essere colonia di nessuno, lo diciamo in senso di rivendicazione individuale, collettiva, ma anche territoriale; le due cose sono inscindibili … Nessuna di noi può pensarsi in una terra colonizzata, ridotta ad un corridoio per passaggio di merci, ma ancor prima, devastata in un immenso cantiere.” (Udine, presidio NoTav, 8 marzo 2018)

Tramare vie di lotta e di fuga … per autodeterminare, sperimentando, pratiche di libertà e realtà possibili … dentro l’insieme delle intricate relazioni ecologiche del vivente.

Cercheremo di recuperare tutti i tuoi scritti, in particolare quelli riguardanti l’Ecofemminismo, per valorizzare il tuo-nostro percorso. Un’ipertesto Ecofemminista un po’ fuori dalle righe e piuttosto originale.

Ci mancherai. Tu saraas simpri dauur da nestre spale destre…

Dumbles

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Così, tanto per sapere

E’ uscito il sesto rapporto dell’IPCC, Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici.

Per farla breve, è l’ultimatum della scienza alla politica; o si riesce a contenere il riscaldamento globale oppure, a breve, la situazione sarà al punto di non ritorno.

A breve vuol dire 7 anni circa…Le emissioni di gas serra derivanti principalmente dall’uso di combustibili fossili, devono raggiungere un picco al massimo nel 2025, quasi dimezzarsi entro la fine di questo decennio e azzerarsi a partire dal 2050.

Il Domani ci ricorda che lo studio è stato pubblicato “… mentre in Italia arrivava un nuovo rigassificatore, negli Stati Uniti era stato approvato un nuovo immenso giacimento di petrolio in Alaska e in Cina sono in fase di autorizzazione 168 nuove centrali a carbone.” E, possiamo aggiungere noi, mentre la Regione FVG sta lavorando (loro dicono di no, ma le evidenze smentiscono) ad una arcisuperultra acciaieria da insediare a S.Giorgio di Nogaro, fronte laguna.

Ma quella sarà green…( 🙂 🙂 🙂 !!! ) dicono sempre loro, a fronte di un progetto che, dicono non esistere.

Avessero ascoltato Eunice!

Eunice Newton nel 1856 fu la prima persona a cercare di capire, e sperimentare, l’effetto della radiazione solare su diverse miscele di gas e ad ipotizzare che un aumento dei livelli di CO2 avrebbe potuto surriscaldare il pianeta.

La storia della previsione di Eunice Newton è raccontata da Federico Grazzini, metereologo e ricercatore su Internazionale (8 marzo2023).

E’ una storia interessante, un esperimento tanto semplice quanto brillante, ma anche la storia di una delle tante donne silenziate e ignorate in ambito scientifico.

Come sempre il patriarcato ha cambiato il mondo in peggio, molto peggio.

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Alpin jo mame… contr’ordine commilitoni!

Accidenti! E adesso chi glielo dice a Di Piazza, sindaco di Trieste, che gli alpini parlano la lingua femminista #controlemolestie?

Lui, che se una donna non apprezza un …che bel paio di gambeche bel culoche bel paio di Ѡchissenefrega! … Siamo maschi… w gli alpini, w gli alpini!

Ahilui, mumble e rimumble, le alte cime degli alpini hanno realizzato che uscire sulla stampa più per denunce di molestie che per orgoglio di bontà non giova, perciò, anche se, sui fatti di Rimini 2022, ribadiscono di non aver niente di cui scusarsi, –bontà loro-, producono un manuale di consapevolezza, scritto da donne per uomini con la penna sulla testa.

Le autrici, di dichiarata fede alpina e femminista, buttano giù un abc di quello che dovrebbe essere un comportamento normale fra esseri umani di sesso diverso.

Cosa fare e non fare, dire e non dire ecc. insomma una sorta di scoperta dell’ acqua calda delle relazioni umane.

Giova, non giova? Di sicuro ripara. 

Para-fulmine. Prendi uno che pensa come Di Piazza, o uno X che ha poppato e pappato patriarcato dalla culla alla caserma e oltre; leggendo i sei punti comportamentali, cadrà folgorato sulla via della prossima parata?

Probabilmente no, e, metti che sfugga la toccatina verbale o manuale, quale donna avrà mai cuore di denunciare dopo tanto spiegone antimolestie fatto proprio da tutti I battaglioni dal piano di campagna fino alle più alte cime sul livello del mare?

Ricordiamo come è andata a Rimini: 4 querele per diffamazione dell’onorevole corpo per l’ANA, una denuncia archiviata per impossibilità di identificazione dei molestatori per le donne. Se avessero denunciato in 100 e più, come dal numero delle segnalazioni registrate da Non una di meno Rimini, sarebbe finita uguale.

Così va; come andrà a Udine non si sa; intanto si sa di una città sequestrata e impraticabile più o meno per una settimana; si sa di una esibizione militarista grottesca e, dal nostro punto di vista, oscena, in tempi guerreschi così cupi; si sa che gli alpini sono pur sempre esercito che, mentre scriviamo stanno effettuando l’operazione “volpe bianca”, Arctic Endeavour, organizzata dal Comando delle Truppe Alpine dell’Esercito per verificare le capacità delle unità a operare in alta montagna, in un ambiente invernale fortemente compartimentato e caratterizzato da condizioni meteorologiche estreme, assimilabili a quelle artiche. Artiche: le locations non si scelgono a caso; l’Artico è li che attende nuovi conquistatori.

Alle manovre assiste entusiasta Isabella Rauti sottosegretaria alla difesa; lei no, è per le donne ma, sia chiaro, non femminista, mai stata.

Agli alpini del nuovo corso trovare la quadra.

 

 

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8 MARZO DEL NOSTRO TEMPO

Proviamo a dirlo con le parole di Paul Preciado che: “malgrado tutto, questo è il nostro tempo.

Non abbiamo avuto fortuna, ragazzi miei.

E’ il tempo dei resti, delle rovine, degli scarti e dei sopravvissuti del produttivismo, del patriarcato, del binarismo eterosessuale, del razzismo gerarchico, del complesso carcerario, dell’industria farmaceutica, dell’impero digitale pornografico, della sorveglianza internazionale, del viaggio coloniale, in America come nello spazio…

Questo è il nostro tempo, un tempo che è malato, assetato, bruciato, analfabeta, smarrito e quasi morto. Ma è comunque il nostro.(*)

Una sfilza di aggettivi tristi; un tempo malato sì, per una pandemia mal gestita e malcompresa le cui origini gravano sull’incoscienza tutta umana della distruzione degli habitat naturali; un tempo biologicamente malato che abbatte confini interspecifici che vanno rispettati e socialmente malato che innalza confini intraspecifici di terra e di mare per eliminare gli/le esclus* dal banchetto del capitale.

Un tempo assetato; qui da noi, mai come ora, per la prima volta abbiamo visto spegnersi le fontane per mancanza d’acqua nelle falde artesiane… abbiamo visto i raccolti secchi e abbandonati e la stessa ottusa ostinazione nella persistenza dellagricoltura intensiva e degli allevamenti industriali… ma: “acqua in bocca”; la prossima pandemia forse verrà da lì, si chiamerà aviaria, così dice chi osserva le migrazioni virali parlando sottotraccia in un tempo che rimane analfabeta anche se annega in un mare di informazioni e dati convertiti in moneta sonante nel sistema di controllo infocratico in cui anche l’umano è prodotto dissolto nell’algoritmo…

un tempo smarrito, che non ricorda il suo passato, che spesso manipola e riscrive la storia per renderla appetibile ad un presente addomesticato e fascista di ritorno; un tempo smarrito che non sa perché si trova al punto di non ritorno climatico-ambientale…

Ciononostante noi restiamo soggetti sognanti: un tempo l’8 marzo era la giornata internazionale per i diritti delle donne… giorni in cui si rivendicava libertà contro le oppressive idee patriarcali, dal lavoro riproduttivo a quello domestico e di cura, contro ruoli e violenza di genere e si rivendicava la propria autodeterminazione… lo è ancora, coniugato in un contesto contro la guerra, contro la tortura di stato, contro un sistema capitalista, coloniale e razzista… perché le vite delle donne e con loro, di tutt* gli altri soggetti minorizzati valgono.

Eppure, talvolta, quando le vite delle donne riescono a contare, è un disastro.

Due esempi : uno in generale → ministra del consiglio sulla quale non spendiamo parole, e uno in particolare: → direttrice centrale attività produttive e commercio della regione FVG; donna emergente nel team regionale che spalanca le porte della bassa friulana, della laguna di Marano all’insediamento della mega acciaieria che da Mariupol (Ucraina) rinasce a San Giorgio di Nogaro grazie ai magnati di là e di qua. Una allucinante e irreversibile devastazione ambientale e sociale.

Sono queste donne e molti uomini, con loro e prima di loro che, come scrive ancora Preciado, fanno pensare “Il futuro non tanto un’affermazione di vittoria, quanto il bilancio di una battaglia persa”.

Occorrono un’etica ed un progetto politico diversi. Evidentemente non è sufficiente contare e valere per fare la cosa giusta.

Nel corso degli anni, di otto marzo in otto marzo, abbiamo cercato di trovare ciò in cui potessimo star bene come soggetti, umani e non umani in reti di relazioni, per identità, aspirazioni, luoghi di vita e di enunciazione, ontologia insomma; questo luogo ideale e reale lo abbiamo chiamato “ecofemminismo”, come altr* prima di noi e altr* dopo di noi, ognun* nella propria declinazione.

Sì, nell’8 marzo di questo tempo,“….Se qualcosa è possibile, accadrà oltre lo stato nazione, oltre la catena produzione-consumo, oltre il mercato. Al di là delle tassonomie razziali. Al di là del binarismo di genere…”; per noi, accadrà lì dentro, o lì fuori, in una dimensione anarchica, ribelle, progettuale, femminista, eco-logica.

Questo tempo malandato è comunque il nostro. Riprendiamocelo.

(*) Internazionale 26.02.23, Paul Preciado “Essə sono il futuro”

Dumbles gruppo di ricerca ecofemministaRete ecofemminista dumbles.noblogs.org

PS: a proposito di ecofemminismo nel retro riproponiamo uno stralcio da uno scritto del 2014 pubblicato su Germinal-giornale anarchico e libertario di Trieste, Friuli, Isontino, Veneto, Slovenia e… a chi interessa, buona lettura 🙂

Femminismo/Ecofemminismo nomi e prefissi di una password per il futuro

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Il prefisso prima del nome

A questo femminismo noi abbiamo aggiunto il prefisso “eco”.

Siamo, politicamente parlando, prevalentemente di provenienza anarchica: ma al prefisso anarco- abbiamo preferito quello “eco”-; all’accento sulla dimensione politica abbiamo preferito quello sulla contestualizzazione ambientale che, per noi, ovviamente non ha niente a che vedere con l’ambientalismo.

Era il 1992 e non ci risulta che allora ci fossero, nell’ambito nazionale altri collettivi caratterizzati in questo senso…

Oggi non siamo le sole a definirci ecofemministe. Altri collettivi mostrano sensibilità in questo senso.

Non è questo il contesto nel quale fare una ricognizione dell’esistente, né degli studi accademici in merito; restiamo alla connotazione – la nostra- con una certezza: tanti femminismi, tanti ecofemminismi; il dibattito è aperto, le sfumature tante, … tutta vita!

Parlando di noi, se dovessimo aggiungere ancora qualcosa alla connotazione politica, negli ‘anti’ dovremmo mettere ‘antiscientista’ e magari all’”eco” del prefisso dovremmo aggiungere un “.

etno”

E’ quest’ultima forse la caratterizzazione più problematica, non per noi che la adotteremmo volentieri, ma per il problema di farsi capire su questo piano così scivoloso politicamente e così delicato relazionalmente. Il nome friulano “Dumbles” il il dirsi feminis furlanis libertaris riassume il fatto che si vuole essere quello che si è nella propria lingua e nella propria terra.

Sembra una banalità, ma ha spesso generato incomprensioni, conflitti e tensioni collegate ad accuse di leghismo, tradizionalismo, arretratezza rispetto alla dimensione globale delle soggettività.

Non c’è sufficiente spazio per entrare nei particolari di questa antica questione “etnonazionalitaria” (non nazionalista!)… ma che respiro di aria fresca vedere e sentire le combattenti curde che, mente combattono per difendere Kobane, quando stanno al campo riprendono ad imparare la lingua curda cancellata dal regime dominante perché a scuola dovevano scrivere e parlare in arabo…

E anche questo riapprendere o mantenere la propria lingua, in una prospettiva libertaria, non è certo un percorso istituzionale; è qualcosa di diverso da quanto succede qui da noi, perlomeno con l’insegnamento del friulano che è diventato un altro modo per sterilizzare le meravigliose molteplicità e sfumature espressive con la gabbia della koinè.

Le lingue sono un po’ come creature viventi, si sviluppano, cambiano, si evolvono, si moltiplicano… sono un anticorpo contro l’omologazione soggettiva ed ambientale.

Non è forse la lingua, oltre che espressione ontologica anche significazione ambientale?

Qual’è allora la natura dell’”eco”?

Intanto c’è un”eco” antiscientista, cioè una critica a quella scienza che, per parafrasare un testo collettaneo del dopo Cernobyl, non solo non ha né coscienza né senso del limite, ma soprattutto quella scienza che si è autoproclamata neutra e perciò non condizionata dai suoi attori mentre, la coincidenza tra razionalità e dominio, dimostra invece tutta la sua natura sessuata e politica.

Sono state le epistemologhe femministe, i lavori di Sandra Harding, di Donna Haraway, di Evelyn Fox Keller ed altre a mostrarci questo aspetto.

Dovremmo perciò riuscire a guardare alla natura con altri occhi: con quelli di una scienza situata -che non prescinde dall’occhio di chi guarda, che non ha la presunzione di essere universale; come suggerisce Haraway, dovremmo adottare una epistemologia radicale che nega la possibilità di accesso ad una mondo reale da un solo punto di vista obiettivo e privilegiato, stabilire invece una serie di scambi provvisori mai conclusivi o eterni… di saperi situati in grado di decostruire i poteri della “ragione” e della razionalità… E’ questione di soggetti in campo, pratiche, procedure, temi, tecniche… risultati che a noi arrivano con l’etichetta incontestabile denominata “progresso”.

Pensiamo alla sperimentazione animale, pensiamo alle tecniche ed agli obiettivi della procreatica, della manipolazione genetica e via discorrendo; pensiamo agli ogm e pensiamo al grande problema del cambiamento climatico di fronte al quale anche i negazionisti più duri si vedono surclassati dai fenomeni che intendono negare.

Questa scienza si è fatta beffe dell’ecologia; non ha ragionato per interconnessioni ma per separazioni; e allora, sì, è indispensabile pre-mettere una dimensione eco-logica.

Siamo nei giorni intorno al 25 novembre e per l’occasione Marina Terragni ha scritto un post richiamando la dichiarazione approvata un anno prima dall’IWECI (International Women’s Earth and Climate Summit), post nel quale sostiene l’idea che la violenza compiuta sulle donne è la stessa perpetrata contro la terra. Con piacere vediamo la presa di coscienza e l’impegno intorno al cambiamento climatico, eppure… eppure anche questo è un terreno molto scivoloso.

Non si può uscire dalle dicotomie create dall’ordine gerarchico sul quale si è costruito il dominio: una fra tutte: natura/cultura (categorie nelle quali viene ascritto l’essere femminile e quello maschile; in senso negativo il primo e positivo il secondo) e semplicemente rovesciare la prospettiva.

Per quanto siano storicamente determinati ed accertati i danni (la violenza) perpetrati all’ambiente ed altrettanto le violenze subite dalle donne non troviamo appropriato mantenerle sullo stesso piano ricreando, se pur attraverso la metafora e l’intento riparatorio, un unico indifferenziato che nella sua prospettiva più radicale arriva dritto all’ecologia profonda.

Natura è natura; donna è donna; e donna non è natura, perlomeno non più di quanto lo sia anche l’uomo da un punto di vista biologico.

Il prefisso “eco” perciò, almeno per quanto ci riguarda ci riconduce a quella citazione da Muriel Rukeyser: “The Universe is made of stories, not of atoms”; che ci suggerisce la presenza della storia… di una freccia temporale, un’evoluzione all’opera, una rete di interdipendenze, una autocoscienza situata che ci permette di osservarle e parlarne.

La gerarchia fatta di dicotomie e giudizi di valore per dare legittimità alla prevaricazione ed al dominio che vi si è sovrapposto come unica via di “progresso” possibile, continua ancora ad agire con i modi che purtroppo conosciamo (e subiamo) nella realtà dal capitalismo globale, dello sfruttamento, della negazione dell’autodeterminazione di soggetti e di popoli ecc. ecc. … e allora…. C’è sì un femminismo necessario ed una necessità di coniugarlo ognun* nella propria dimensione, così come, per noi, è importante la necessità di evolverlo e sostanziarlo con ciò cui abbiamo accennato qui sopra.

‘Eco’ è anche una parola; maschile e femminile allo stesso tempo; è la riflessione delle onde sonore che tornano indietro a chi le ha emesse… ecco… è lo specchio di ciò che facciamo.

Un semplice prefisso per un diverso progresso.

Dumblesfeminis furlanis libertaris Novembre 2014

 

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Con le compagn3 ucrain3, con amore e rabbia!

Pubblichiamo l’intervento in sostegno alle compagn3 ucrain3 e alla loro lotta contro l’invasione russa, che abbiamo letto ieri, 8 marzo 2023, la mattina in piazza e la sera al corteo di Non Una Di Meno Bologna
➡️➡️➡️ Le compagne ucraine ci ricordano che la  solidarietà femminista è “una pratica politica di ascolto delle voci di coloro che sono direttamente colpite dall’aggressione imperialista. La solidarietà femminista deve difendere il loro diritto di determinare autonomamente i propri bisogni, i loro obiettivi politici e le strategie per raggiungerli. ”
Siamo tranfemministe e quindi la solidarietà e il mutualismo sono parte integrante del nostro agire. Anche oltre i confini, anche oltre le nostre zone comfort. 
Siamo transfemministe ed è per questo che sappiamo che la resistenza contro Putin è strettamente collegata alla lotta senza frontiere, contro no gender e anti scelta e quindi contro ogni forma di neofascismo.
🤝 🤝 🤝 Sentiamo oggi l’esigenza di riportare le parole delle compagne ucraine che troppo spesso sono invisibilizzate. Ascoltiamo ora le voci dell3 compagn3 di Solidarity Collectives, una rete di volontari3 antiautoritari3 che unisce diverse iniziative, individuali e collettive, per aiutare il movimento di resistenza ucraino e le persone colpite dall’invasione russa:
🟣🟣🟣 “L’8 Marzo. Un giorno simbolo di libertà, un giorno che ci motiva alla lotta, un giorno in cui le voci delle (trans)femministe risuonano nelle orecchie dei milioni di persone in protesta, in cammino lungo la stessa rotta di uguaglianza.  
Ma il 24 Febbraio 2022, la rotta delle donne Ucraine è cambiata drasticamente. Lo scoppio della guerra in Ucraina, per milioni di persone, ha significato veder bruciare un’esistenza pacifica e sicura nella fiamme dei missili russi, annientata da carri armati che portano il marchio “Z”, sparata con i civili di Bucha…
Migliaia di donne hanno deciso di resistere gli aggressori dell’est. Si sono unite alle forze armate ucraine per difendere le loro case, famiglie, amicizie, coloro che amano, la libertà e l’indipendenza di tuttx. La nostra iniziativa supporta otto donne e persone non-binary impegnate nella resistenza, persone che 2 anni fa protestavano e rivendicavano in piazza e in strada l’uguaglianza in Ucraina e nel mondo, mentre oggi si trovano a difendere il loro paese ad un costo inestimabile.
Ognuna è un’eroina, ognuna ha una storia incredibile, spesso ci si meraviglia di quanto coraggio, di quanta forza e di quanta ispirazione possano essere le persone. Ognuna di loro ha dovuto sacrificare qualcosa, ognuna di loro ha perso qualcunx. 
Qui a seguire le parole di alcunu compas:
❤️‍🔥 ❤️‍🔥 ❤️‍🔥  Con amore e rabbia da Lev, una compagna medica in guerra in Ucraina:
“Le donne oggi dovrebbero credere fermamente nei loro cuori che non lottiamo come singole ma che combattiamo come un’unica forza contro ogni oppressione che come donne e persone LGBTQ(AI+)dobbiamo sopravvivere ovunque, in ogni paese, in ogni casa, in ogni strada e in ogni trincea. Un’unica oppressione che può assumere infinite forme. Dalla violenza parlata o agita che tenta di privarci della nostra dignità e di renderci meno di chi siamo. Ma noi non siamo meno! Siamo forti! Nel corso della storia, le donne hanno dimostrato che, anche a costo di mettere la loro stessa vita in pericolo, nessuna sarà dimenticata, le nostre vite non potranno mai essere silenziate o ignorate.
Dunque oggi, ricordiamo le tante che ci hanno precedute e che hanno perso la vita lottando affinché tutte noi oggi possiamo avere una voce. Ricordiamo anche tutte coloro che ancora oggi sono in lotta, dai campi di girasoli ghiacciati dell’Ucraina fino ai monti rocciosi e ardenti del Kurdistan.
Le loro memorie come quelle di tutte sono un esempio di cui far tesoro. Le coraggiose compagne cadute! Le loro vite avranno sempre valore e mai saranno dimenticate finche noi vive ci rifiuteremo e lo impediremo!
Perché noi donne non ci pieghiamo e non ci arrendiamo quando ci scontriamo con la crudeltà che questo mondo ci offre quotidianamente! Andiamo avanti insieme! Gridiamo insieme! Con AMORE e RABBIA insieme!
Dunque rendiamo oggi un giorno di protesta INSIEME <3″
🚀🚀🚀 Ascoltiamo ora la testimonianza di Swallow:
“Un giorno di lotta… da più di un anno ormai in Ucraina ogni giorno è un giorno di faticosissima lotta. Un giorno di lotta contro il nemico e l’invasore, con paura e disperazione, è un giorno di lotta per la speranza. Per me l’8 marzo è qualcosa di inafferrabile, non riesco più ad immaginarmelo. La lotta è prima di tutto fatta da e di persone. Mentre scrivo cerco di immaginarmi l’8 marzo qua. Strade vuote, case distrutte, il vento e il rumore delle sirene, i missili che volano. 24 febbraio 2022. La maggior parte di noi sono scappate, le poche rimanenti lottano o sono diventate volontarie. Ognuna con i propri traumi e la propria storia. La guerra è terrificante… non è romantica: è morte, è il presente e il futuro distrutto di milioni dio persone, è disturbo da stress post-traumatico, è una ferita che rimarrà sempre e che moltx non sopravvivranno. Vi chiedo in questo momento un minuto di silenzio in memoria dellx compagnx che sono mortx in guerra.
Coloro che sono in guerra hanno bisogno di molto più supporto di quello che chiedono. Molto più di quello che chiedono mediaticamente o attraverso qualsiasi altro canale. Sono necessarie armi, attrezzatura, droni, unità militari, termocamere, medicine molto altro. Vi esorto a valutare con onestà e sobrietà la realtà, siamo ancora lontanx dalla fine e il percorso per arrivarci è lungo ed estremamente spinoso. Vi esorto a supportare le donne e tutte le altre soggettività in conflitto in Ucraina, che si sono armate e stanno lottando contro gli invasori, vi esorto a supportare più che potete. Perché è tutto grave e terrificante e l’unico modo che abbiamo di superarla è unendo le forze, insieme senza perdere la speranza. E le feste torneranno dopo la vittoria.
Sono certa! Lo giuro.”
🫂💪🚀💥 Rispondiamo alla chiamata solidale delle sorelle ucraine e sosteniamo il diritto di resistere. Se la società ucraina depone le armi, non ci sarà più la società ucraina. Se la Russia depone le armi, non ci sarà più la guerra.
Mujeres Libres Bologna
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MANIFESTO PER LA SALUTE SESSUALE E RIPRODUTTIVA CHE VOGLIAMO

Con il Tavolo Salute di Nudm abbiamo contribuito a scrivere il Manifesto per la salute sessuale e riproduttiva che vogliamo.

Questo manifesto nasce per costruire un’idea nuova di salute sessuale e riproduttiva, basata sul nostro benessere e sull’autodeterminazione sui nostri corpi e le nostre vite, non sulle norme della medicina coloniale ed eterocispatriarcale, che ha come unico riferimento i corpi di uomini cis, bianchi, eterosessual di 70 kg ed abili. Per questo, la sanità e i luoghi della salute devono tornare ad essere realmente pubblici e adeguatamente finanziati, in quello che ormai è diventato “sistema” aziendale che pensa al budget e non più un “servizio sanitario nazionale” (SSN). 

leggi qui -> Manifesto per la salute sessuale e riproduttiva che vogliamo

 

Siamo state davanti il S. Orsola con Mudm Bologna per pretendere salute sessuale e riproduttiva.
Aborto su misura per noi: libero, sicuro, gratuito, garantito, in tutta Italia, nessuna regione e/o persona esclusa, in base alle proprie esigenze di vita e non alla vostra morale.
IN NESSUN OSPEDALE C’E’ SPAZIO PER GLI OBIETTORI DI COSCIENZA, SE TOCCANO UNX TOCCANO TUTTX.
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ABORTION ROADS: Spostarsi per abortire

Nel 2015 abbiamo lanciato la campagna “Abortisco e #nonmipento”, con l’intento di dare uno spazio a donne, persone non binary e trans che hanno affrontato un aborto: uno spazio in cui condividere la propria esperienza, così da trovare forza ed energia nelle parole e nelle pratiche l3 un3 dell3 altr3.
Oggi, dopo 8 anni, sentiamo il bisogno di raccontare altre storie e di mappare un altro fenomeno, quello di chi è costrettə ad allontanarsi dal luogo in cui risiede per poter accedere all’Interruzione Volontaria di Gravidanza.
In certe regioni, più dell’80% del personale sanitario è obiettore di coscienza; in altre, le giunte regionali ostacolano in maniera più o meno esplicita l’accesso alla pratica. Il fatto che l’IVG non sia ugualmente garantita sull’intero territorio nazionale ci costringe sempre più a spostarci fuori regione, a volte molto lontano da casa, pur di abortire rimanendo nei termini temporali imposti dalla legge.
Spostarsi per abortire significa spendere soldi ed energie, significa a volte aver bisogno di poter contare su una propria rete di solidarietà, significa potersi permettere di assentarsi dal lavoro, di allontanarsi da casa, di saltare le lezioni a scuola o all’università. È una questione di classe, di accesso alle informazioni, che va a pesare maggiormente su quellə di noi che sono più poverə e isolatə, intaccando la nostra salute mentale, scaricandoci addosso caterve di ansia, solitudine e senso di impotenza.
Nel corso della nostra attività di collettivo, abbiamo toccato con mano la frustrazione di chi è costrettə a trasferte assurde, costose e solitarie per vedersi riconosciuto un diritto.
Poiché la nostra autodeterminazione è insidiata, avversata e minacciata dalle destre al governo, vogliamo emergere, prendere parola, raccontarci, gridare la nostra rabbia e al contempo ribadire che niente ci può impedire di decidere sul nostro corpo: lotteremo sempre per abortire, e sempre ci riusciremo!
Cosa puoi fare?
1. Se ti sei spostatə dal luogo in cui risiedi per abortire, compila il form (è anonimo!): https://forms.komun.org/abortionroads
2. Mandaci una foto, un disegno, un fumetto, una registrazione (che pubblicheremo in forma anonima sui nostri canali) con cui ci racconti la tua esperienza
3. Fai conoscere questa campagna
 
Se hai abortito (anche senza essere statə costrettə a spostarti) e vuoi condividere la tua esperienza, la campagna “Abortisco e non mi pento” è ancora attiva. Contattaci! Trovi tutte le informazioni qui: https://mujeres-libres-bologna.noblogs.org/campagna-abortisco-e-nonmipento/
Se invece sei incinta e vuoi abortire, non sei solə! Contattaci che ti possiamo supportare: https://mujeres-libres-bologna.noblogs.org/tisupportolaborto/
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RABBIA PROTEGGICI! CI VOGLIAMO VIV3

⚧ Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne e di genere. Ci siamo svegliate gridando “Rabbia proteggici, ci vogliamo viv3!”.
Stanotte abbiamo lasciato sui muri di questa città le parole di chi lotta quotidianamente contro machi e stato, contrò precarietà e impedimenti all’autodeterminazione.
In giornate come queste è difficile non farsi sopraffare dallo sconforto per l’ipocrisia e la retorica istituzionale che celebra la memoria dell3 nostr3 sorell3 mort3 a causa di un sistema che quelle stesse istituzioni tollerano e alimentano.
La violenza è il nostro avvelenato pane quotidiano: stupri, femminicidi, molestie, paura, povertà, disciplinamento dei nostri corpi. Ci dicono di denunciare, e quando lo facciamo non veniamo credute, non fino in fondo, non veniamo supportate; perché non è con le campagne pubblicitarie che usciremo dalla violenza, e neanche con il sensazionalismo di una stampa che ci rivittimizza e agisce violenza una seconda volta.
✊🏽Usciremo dalla violenza insieme così come insieme in pochi decenni siamo, dirompenti, emerse dalla gabbia in cui il patriarcato ci ha tenuto chiuse per millenni, praticando sorellanza, supportandoci, scegliendo di godere, di lottare con mille pratiche, abortendo, facendo figliə solo e se lo decidiamo noi, istruendoci, ballando, rifiutando il lavoro di cura imposto! E arriveranno milioni di altri modi perchè: non c’è governo fascista che possa spaventarci, noi abbiamo sempre lottato e non smetteremo certo adesso!
✊🏼Nell’attesa del corteo del 26 novembre a Roma dove scenderemo in piazza più arrabbiatə che mai, oggi saremo in piazza anche a Bologna, a partire dalle 17 al Portico dei Servi a sostegno delle compagnə della Malaconsilia lungo tutto il tragitto che ci porterà fino al Nettuno (alle 19 circa).
In tutte le nostre instancabili battaglie portiamo il dolore di ogni femminicidio. Ma affinché ogni femminicidio non rimanga un fatto di cronaca dobbiamo ricordare sempre che la violenza è sistemica e che solo una pratica rivoluzionaria transfemmminista potrà sgretolare un sistema che ci vuole povere, subalterne, vittime e morte.
❤️‍🔥Siamo sopravvissut3, saremo guerrier3.
❤️‍🔥Coltiviamo vendetta, pratichiamo conflitto.
📞Numero Anti Violenza e Stalking: 1522
Sorella il ti credo, sorella non sei sola.
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Abortembre 2022

ABORTEMBRE: un mese e più di lotte e dibattiti su aborto, corpi e conflitto transfemminista

Il 28 settembre è la giornata internazionale per l‘aborto libero, sicuro e gratuito.
🌎 Da sempre la lotta per l’accesso all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) è internazionale e, al di là dell’emergenza dell’obiezione di coscienza, è necessario avere uno sguardo oltre confine per supportare le compagne che da anni lottano in ogni parte del mondo per riaffermare il diritto di decidere sui propri corpi.


🗓 Le imminenti elezioni politiche ci prospettano un futuro soffocante, qualunque sia il risultato: nella peggiore delle ipotesi, al motto di “dio, patria e famiglia”, vivremo un’imposizione dei ruoli di genere che vedono il corpo femminile soltanto nella sua funzione riproduttiva; nella migliore, invece, non cambierà nulla. Dobbiamo continuare a battere il ferro sul diritto all’aborto e sull’autodeterminazione dei corpi femminili e per andare incontro a questa spinta e alla giornata del 28 settembre, ecco una serie di appuntamenti
[seguiranno ulteriori dettagli ma, intanto, agende alla mano!]

🔻 24 settembre al VAG61 dalle 18:00
Tavola rotonda su Aborto: lotte dal basso e pratiche di mutuo aiuto in Italia con numerose realtà transfemministe che si occupano di supporto all’aborto (Collettiva Isterica, Obiezione Respinta, RICA Pro-choice, Sportello GRETA di Nudm Firenze, Women on Web, IVG ho abortito e sto benissimo con contributo video). A seguire ceniamo insieme.
Qui l’evento -> https://www.facebook.com/events/648929400266446/
[A causa di questioni logistiche vincolanti, la serata si sovrapporrà al Festival “Some Prefer Cake” (someprefercakefestival.com). Supportiamo le sorelle del SPC e moltiplichiamo gli eventi transfemministi in città!]

🔻 26 settembre al Guernelli dalle 18:00
Genitorialità e maternità dissidenti con Linda Porn -𝑝𝑢𝑡𝑎, 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑡𝑒𝑟𝑎 𝑦 𝑎𝑟𝑡𝑖𝑠𝑡𝑎- e  Laura madre lesbica transfemminista. (E’ previsto uno spazio bimbə per chi ne avesse bisogno)
Qui l’evento -> https://www.facebook.com/events/415943390681873/

🔻 28 settembre in corteo per l’aborto libero, sicuro e gratuito nelle strade e nelle piazze di Bologna con Non Una Di Meno e la rete trasfemminista della città.

🔻 16 Ottobre Circolo Anarchico Berneri
Pranzo + proiezione con dibattito di “Nuestra libertad
regia di Celina Escher.

🔻 Ottobre (giorno da definire)
Presentazione fanzine sulla rappresentazione dell’aborto in film e serie tv. Subito dopo socialità frivola con aperitivo.

📣Qui la nostra intervista per Radio Città Fujiko su Abortembre
https://www.radiocittafujiko.it/aborto-un-mese-di-lotte-e-dibattiti-per-lautodeterminazione-delle-donne/

 

 

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Abortisco e non mi pento 2022

La campagna #abortiscoenonmipento è nata dal 2012 dalla necessità di sovvertire la narrazione sull’aborto. 
è una raccolta di percorsi in cui le donne condividono la loro esperienza di interruzione di gravidanza, superando l’idea che abortire sia una scelta che in futuro rimpiangeremo o qualcosa di traumatico e doloroso.
– Quest’anno con l’avanzare della destra ultracattolica sentiamo ancor di più la necessità di riappropriarci della narrazione sull’aborto per questo abbiamo pensato di rilanciare la campagna #abortiscoenonmipento aggiungendo anche la possibilità di raccontare la violenza esercitata sulle persone gestanti nel loro percorso verso l’interruzione della gravidanza. 
– Abbiamo deciso di raccogliere anche storie che riguardano l’incontro con gli obiettori e gli atteggiamenti stigmatizzanti e colpevolizzanti. E anche quegli atteggiamenti che sminuiscono e offendono le persone non binarie/trans/queer che vogliono abortire ma non rientrano nell’idea di femminilità che il personale medico si aspetta.
COSA PUOI FARE
Puoi mandarci un testo scritto, una foto, un disegno, un fumetto, una registrazione, una richiesta di incontrarci e raccontarci a voce. Ci impegniamo a rendere pubblica la tua storia affinché anche altre possano leggerla e sentirsi meno sole. 
Scrivici: viazambonifemminista@inventati.org o contattaci sulle nostre pagine Fb e IG Mujeres Libres Bologna
A questo link puoi leggere i racconti pubblicati nella prima raccolta 
Adesso basta, sovvertiamo la narrazione! Insieme possiamo tutto
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Fallo al centro – come scivolare sulla buccia di banana

Albero dei peni (Massa Marittima) Dal Medioevo.

A Monteprato di Nimis c’è stata la Festa degli Uomini.
Uomini, non quelli che, come nel linguaggio corrente, si rappresentano come maschile universale sottointendendo perciò anche le donne (pessimo vizio anche quello), ma uomini-uomini ridotti ai minimi termini della loro fisiologia: un pene, uno scroto, due testicoli.
E si prendono pure sul serio con un tocco di rispettabilità antropologica narrando della ultraquarantennale festa nata da un evento catastrofico come quello del terremoto del ’76 quando negli anni seguenti, a segnare un ritorno alla vita furono nascite di soli maschietti… che se nascevano femmine no maschio no party.
Fatto stà che il fato, amante del cromosoma Y, ha spinto la festa fino ai giorni nostri in cui l’ideona per l’esaltazione dell’organo erettile è stata la simulazione di falli/banana con fellatio praticata da donne bendate e inginocchiate con le mani dietro la schiena.
Guardare il video, probabilmente a molt*, fa schifo, anche a noi, ma a quelli e quelle che erano lì piaceva e si divertivano, e le donne organizzatrici erano convintone.
Una di loro intervistata al TG3 regionale si è detta scandalizzata non per le mangiatrici di banane ma per ben altre cose tipo la pubblicità che usa donne giovani per reclamizzare pneumatici, per le passerelle di miss italia e per le donne che vengono licenziate perchè incinta. La aspettiamo alla prossima manifestazione in tema.
Un altro organizzatore, in un video, dice che è una goliardata, una festa pulita con donne che partecipando esercitano la loro autodeterminazione.
E allora, proviamo a guardare dal punto di vista dell’autodeterminazione calato nella realtà: una donna che ama il fallo, “va con tutti” cioè con chi le pare ecc.: è una puttana; una donna che si veste come le pare, è una donna che “provoca”: è una donna che si può stuprare; una donna che rifiuta un uomo, pardon, un fallo per un altro, spesso è una donna da uccidere.
Bello sarebbe se tutte e tutti potessimo liberamente esternare le nostre passioni sessuali ed erotiche senza essere mess* all’indice e condannat* dalla morale corrente. W la biga, w la figa, come si scriveva sui muri una volta, e libertà per tutte, tutti e tuttx! Si potrebbe dire… Ma non si può fare, neanche a Monteprato di Nimis perchè comunque la si voglia girare, che sia volgare, umiliante, goliardica o meno, la festa degli uomini rimane una festa-farsa della società patriarcale che può continuare indisturbata e pure rinforzata anche grazie a questa banalizzazione, pardon,  bananizzazione stereotipata e deprimente delle relazioni fra i generi.

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SULLA PELLE DEL POPOLO KURDO

Così alla fine, Svezia e Finlandia entreranno nella NATO grazie alla pelle del popolo kurdo venduta ad Erdogan in cambio del suo benestare all’ennesimo allargamento del patto atlantico.

E’ certo che la guerra in Ucraina ha dischiuso alla Turchia diverse opportunità; un occhiolino all’America, un po’ di droni all’Ucraina, nessuna sanzione alla Russia…

il grande mediatore fra Putin e Zelenski può incassare ciò che gli sta più a cuore: la cancellazione del popolo kurdo dalla faccia della terra.

Si inizia con 33 persone direttamente sacrificabili che verranno mandati alle prigioni ed alle torture turche; si continuerà con forniture di armi ad Ankara, una più severa legge antiterrorismo e zero appoggio alle Ypg curde: le dimenticate eroine ed eroi di ieri che avevano salvato il mondo dall’Isis.

Appena quindici giorni fa abbiamo partecipato ad una manifestazione antimilitarista in quel di Aviano dove la Nato ci ha appoggiato una cinquantina di bombe atomiche.

Nel suo sito l’incipit è questo:“La sicurezza nella nostra vita quotidiana è fondamentale per il nostro benessere. Scopo della Nato è garantire la libertà e la sicurezza dei Paesi membri attraverso mezzi politici e militari.” ed il suo Concetto Strategico per l’anno in corso ci ricorda che “le forze nucleari e in particolare quelle degli Usa sono la garanzia suprema di sicurezza”, l’estensione della sua vigilanza sul mondo è un “successo storico”. Contente Sanna Marin per la Finlandia ed Eva Magdalena Andersson per la Svezia.

E pensare che le donne curde in Rojava stanno dimostrando al mondo che si potrebbe vivere in pace senza bisogno del protettore.

Poi, grazie anche a Sanna ed Eva arriverà Erdogan.

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Di aborto ne parlino le dirette interessate

CHICAGO, ILLINOIS – MAY 14: Abortion rights demonstrators march into downtown following a rally in Union Park on May 14, 2022 in Chicago, Illinois. (Photo by Scott Olson/Getty Images)

La notizia che la Corte Suprema americana ha cancellato la possibilità di abortire negli Stati Uniti ci ha riempito di rabbia. I confini, le distanze e gli oceani non ci impediscono di sentirci nella stessa battaglia che molte sorelle transfemministe portano avanti da decenni.

Siamo inorridite dall’ipocrita dibattito che si è scatenato in Italia: uomini e opinionisti mediocri che parlano di aborto come se in Italia non ci fossero problemi di accesso all’Interruzione Volontaria di Gravidanza, come se nel nostro paese fosse un diritto garantito e tutelato. Sappiamo bene come i politicanti locali, i meschini borghesi schiavi della morale ecclesiastica e il senso comune siano a dir poco giudicanti verso chi vuole abortire o ha abortito. Sappiamo benissimo che non si sta facendo assolutamente niente per combattere il primo vero ostacolo per rendere l’aborto accessibile: eliminare ogni traccia di obiezione di coscienza. Noi, che abbiamo abortito, che sosteniamo le donne che lo fanno, che lottiamo per l’accesso all’IVG, sappiamo che l’aborto non è il tema del momento e che le nostre vite e le nostre decisioni sono molto di più di ipocrite opinioni dell’ultimo minuto. Degli uomini, delle influencer, delle opinioniste che saccheggiano dati per veicolare saperi come se fossero frutto di studi privati e non di lotte collettive non ci interessa, di aborto ne parlino le dirette interessate.

Riproponiamo quindi la raccolta di testimonianze di chi ha abortito e l’ha vissuto come un atto di autodeterminazione, senza quella retorica parternalista che ci vorrebbe vittime,tristi o colpevoli.

Abortisco e non mi pento, raccolta di testimonianze sull’aborto: https://mujeres-libres-bologna.noblogs.org/campagna-abortisco-e-nonmipento/

La fanzine della campagna Abortisco e non mi pento: https://mujeres-libres-bologna.noblogs.org/post/2017/10/27/la-fanzine-della-campagna-abortisco-e-non-mi-pento/abortisco-e-non-mi-pento-2/

Vi invitiamo anche a raccontare la vostra esperienza di IVG o di obiezione mandandoci una mail qui -> viazambonifemminista@inventati.org

Inoltre, consapevoli che l’aborto non è un tema ma un campo di battaglia, vi ricordiamo dei lavori utili:

Guida Pratica all’Interruzione di Gravidanza: https://mujeres-libres-bologna.noblogs.org/files/2022/03/guida-ivg-20221.pdf

Mappatura dal basso dell’obiezione di coscienza in Emilia Romagna: https://mujeres-libres-bologna.noblogs.org/files/2021/09/opuscolo-mappatura.pdf?fbclid=IwAR1pjlNsLhIMXYLvNfZzVCohbYwIDmMFIBlnfQLGSjp4-gwyu-AI77C3mys

If abortions aren’t safe, neither are you

Mujeres Libres Bologna

 

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FETUS FIGHTERS – i/le fetusi/e

Ab orto, si, diciamolo pure in latino, perché proprio dall’alba dei tempi la nostra specie nasce da corpo di donna; e dall’alba dei tempi l’uomo ha cercato di capire, e poi controllare, soprattutto controllare il “potere” generativo di questi corpi sfuggenti.

Il controllo poi, per potersi esercitare liberamente, ha elaborato l’idea di un corpo femminile vuoto, da riempire, un corpo contenitore, un vaso, insomma.

Questo è sembrato appropriato per il sistema messo a punto nei secoli dei secoli, sistema che funziona tutt’ora e che chiamiamo patriarcato.

Dai tempi di Marcocaco disseminati di olle e anfore a forma e metafora di uteri femminili, ai tempi postmoderni di tutt* noi; dall’età della pietra all’età della plastica, quel sistema vorrebbe che ciò che avviene nel corpo della donna fosse controllato dall’uomo o da interposto corpus di leggi da questi creato.

Ed eccoci all’aborto e all’America di questi giorni dove la corte suprema ha depennato il diritto a praticarlo a livello federale (sancito con una sentenza del 1973), lasciando che ogni stato agisca autonomamente nel merito. Se è già illegale abortire in otto stati, presto lo sarà probabilmente in altri dodici… il proibizionismo avanza sul tappeto di velluto steso da Trump con la nomina dell’ultima giudice della corte suprema: donna e giovane: un buon investimento per gli anni a venire visto che la carica è a vita.

L’american gothic di Grant Wood riprende vita, ammesso che i due personaggi dipinti possano ricordare qualcosa che le assomigli; a Biani è venuto naturale riproporli in una sua vignetta: l’una incinta, l’altro con il fucile d’assalto al posto del forcone.

L’aggiornamento di un cupo passato che avanza e che con la tecnologia odierna può essere veramente agghiacciante.

Scrive Jia Tolentino sul New Yorker: “…Negli stati dove è stato o sta per essere proibito, ogni gravidanza che non va a buon fine, trascorso un breve termine, può essere potenzialmente soggetto di investigazione come un crimine. Cronologia di ricerche, ricerche in internet, SMS, dati di localizzazione, dati di pagamenti, applicazione di tracciamento delle mestruazioni, possono essere tutti esaminati dagli accusatori se questi credono che la perdita della gravidanza possa essere stata deliberata. Anche se gli accusatori falliscono nel provare che c’è stato un aborto, coloro che sono stati investigati saranno puniti dal processo e ritenuti responsabili di qualsiasi cosa venga trovata.

Donne americane nella Kabul dei talebani, dove a ben guardare, almeno per quanto riguarda l’aborto, tentano di ricacciarci un po’ tutte.

Nooo, dice la Meloni: “USA e Italia hanno ordinamenti giuridici non paragonabili. Fratelli d’Italia non vuole abolire la legge 194, vuole la sua applicazione totale”.

Ze ridi! La destra può essere divisa, fratturata, quello che si vuole, ma nell’aborto ha sempre trovato un ottimo bostik…

Certo, la 194 è l’unica che abbiamo, ma è una pessima legge, non è fatta per liberare le donne ma per gravarle di controlli, sensi di colpa e farle passare sotto il giogo dell’obiezione di coscienza, cosa che ha reso difficilissimo praticare una scelta che dovrebbe essere garantita al cento per cento. Le percentuali di medici obiettori le conosciamo: su venti regioni solo Valle d’Aosta, Emilia Romagna e la provincia autonoma di Trento sono sotto al 50%; tutte le altre sono sopra, tante intorno all’80 e più.

In Friuli siamo al 50,9; ed eccolo là all’orizzonte, il vescovo di Udine subito a dire che “l’aborto non è un diritto… i dibattiti sono impostati male e bisogna ripartire proprio dal fatto che no, l’aborto non è un diritto…”. Ma, come si dice in friulano: curtis e che si tocjn; senza giri e senza scappatoie: o decide la donna interessata o altr* decidono per lei.

Il leggiadro Pillon, per esempio; eccolo: “Ora portiamo anche in Europa e in Italia le brezza leggera del diritto alla vita di ogni bambino, che deve poter vedere questo bel cielo azzurro”.

Sì, impilateci più in alto, così lo vediamo meglio anche noi.

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HWV Human War Virus – il virus umano della guerra

Ci sono domande alle quali forse non si riuscirà a rispondere; tipo se la guerra sia annidata dentro la specie umana, come un virus che ti prende e non ti abbandona più…

Una innata propensione del “Tutti contro tutti”; o una malattia comparsa con l’avvento dell’agricoltura e la formazione della proprietà privata; che segnano uno spartiacque temporale dal quale non si è più riusciti a tornare indietro…

Sia come sia, di questa morbosità antica, pandemica, ricorrente, universale non ci si riesce a liberare, al punto che, nella maggior parte dei dizionari la “pace” viene definita in negativo come “non guerra”.

Intorno agli anni ’50 il prete in processione per i campi cantilenava “A peste, fame et bello, libera nos domine”; liberaci signore dalla peste, dalla fame e dalla guerra. Da allora il nostro mondo è radicalmente cambiato, ma il tris da paura persiste; la peste si chiama covid ed è favorita dalla distruzione degli ecosistemi, la fame ci viene e verrà dal cambiamento climatico e la guerra è sempre quella se pur tecnologicamente implementata dal crescente armamentario che va dalla clava, ai droni, alla bomba termobarica, per tacere di quella nucleare.

Trasformazioni in negativo quindi, guidate da quei principi di predazione e dominio economicamente organizzati nel sistema capitalista con prefisso neo-necro-turbo, quello che si vuole; architrave degli stati che si avvalgono della forza armata e dell’esercito per controllare i conflitti interni che questo genera e quelli esterni inevitabili. Guerra.

Secondo la rivista Internazionale, ad alta o bassa intensità, sono 59 le guerre in corso; Nigeria, Siria, Iraq, Yemen, Tigrai… solo alcune… e poi c’è quella vicino Russia-Ucraina; e prima c’era quella Ucraina-Donbass e prima Russia-Cecenia e prima Croazia-Serbia, e Serbia-Kosovo, Albania-Macedonia, e poi Israele-Palestina, Turchia-Kurdistan… filo conduttore comune: controllo su istanze secessioniste, su spinte nazionaliste, ma anche istanze di libertà dei popoli che non vogliono essere inglobati, non vogliono pensare e parlare negli usi e nella lingua di un altro. [Presente la russificazione di Putin sui bambini dell’Ucraina?]

Quanto ne sanno le donne di tutto questo? Tanto! C’è un’analogia nell’esercitare il dominio; nel grande e nel piccolo. Sui popoli che vengono definiti minoritari, inferiori, senza storia e sui soggetti che vengono definiti inferiori e per questo minorizzati. Queste sono le donne nel sistema patriarcale che è sempre stato un buon contenitore ideologico per peste, fame et bello.

Pensiamo al militarismo incarnato prevalentemente da maschi ed alle sue 50 sfumature di grigio, che va da battute sessiste, toccatine e molestie quali abbiamo appena assaggiato alla parata degli alpini ad aprile a Rimini, fino alla sua esplicazione più cruda e nera che usa come arma da guerra lo stupro, in particolare lo stupro etnico.

Fermiamoci un momento su questo: lo stupro che in tutte le guerre ha fatto delle donne il bottino del vincitore, con le guerre della ex Yugoslavia (ma anche in Ruanda) ha segnato un passo più in là nell’orrore diventando stupro etnico.

In Bosnia dalle 20 alle 30.000 donne furono violentate tra il 1992 e il 1995, 50.000 secondo il governo bosniaco. Lo stupro divenne una strategia per cancellare un popolo fecondando con seme serbo donne musulmane umiliando così, attraverso il genere femminile, una collettività umana e costringendo le vittime a generare figli del nemico.

Così si registra anche dalle narrazioni delle donne ucraine, violentate in pubblico per umiliare, terrorizzare e mettere in fuga l’intera comunità.

Perciò la violenza sessuale non è solo un delitto commesso contro la persona della vittima, oltrepassa il concetto di violenza di genere, perché fa del genere femminile il più vivo terreno di guerra, anzi di più: quanto più l’immaginario maschile attribuisce alla donna le simbologie “sacre” di patria, nazione, terra… lo stupro diventa violenza di natura politica; stupro del corpo di quella nazione o di quella comunità.

Ricordiamo ancora le ispirate parole di Dugin (ideologo di Putin) al castello di Udine quando applauditissimo da nostr* conterrane* definì la donna come il più alto mistero di Dio: ecco, violandola colpisci il Dio di quella nazione, la violenza più alta che si possa compiere…

Và, stupra, ritorna vincitor… dice la donna russa al marito in partenza per il fronte ucraino (1).

Che il mandante sia una donna non ci stupisce perché le donne non sono esenti dalla mancanza di empatia, di solidarietà di genere, dalla mancanza di identificazione con l’altro/a … anch’esse culturalmente e socialmente partecipi della costruzione dell’altro/a come nemico, non soggetto ma entità da combattere e distruggere: pensieri che sono il cuore del militarismo dello stato-nazione. D’altra parte anche le donne fanno il militare, il mestiere che per prima cosa ti dice di non pensare ma di obbedire.

E’ questa l’emancipazione desiderabile? Superare il patriarcato sposando la logica del dominio.

Misero traguardo. Vogliamo di più.

Durante la pandemia si è usato spesso un approccio militarista: guerra al virus, sconfitta del nemico, armi contro il virus ecc. come se fosse l’unico linguaggio e l’unica dimensione psichica nella quale riusciamo a leggere i fenomeni.

Se seguiamo la ricostruzione della neuropsicologia della violenza che fa Franco Fabbro, quando scrive: “la mente maschile sembra essere innatamente tribale, ossia strutturata prima dell’esperienza, in modo che i ragazzi e gli uomini provino piacere nel fare cose che favoriscono la coesione del gruppo e la vittoria in conflitti che contrappongono i diversi gruppi (guerra inclusa)…. Gli obiettivi di solito sono squadre e coalizioni per i ragazzi, e relazioni a due per le ragazze” (2) ci viene il magone; ma la specie umana è abbastanza vecchia da aver maturato esperienza; l’esperienza è storia e la storia, come ci insegnavano a scuola, è maestra di vita. Dipende però da come ce la raccontiamo.

Leggiamo l’antropologo anarchico David Graeber che insieme all’archeologo Wengrow la indagano fuori da stereotipi e preconcetti patriarcali o statalisti (3).

Gli attuali stati nazione sono solo una delle innumerevoli organizzazioni possibili e la civilizzazione non è la diretta emanazione di questi; spesso la civiltà è stata una comunità morale in gran parte fondata sul lavoro e le innovazioni delle donne…

Non c’è un tutti contro tutti (Hobbes), né un prima idilliaco e un dopo guerresco (Rousseau), sono piuttosto esistiti piccoli gruppi di cacciatori e raccoglitori estremamente gerarchici da una parte, ma anche grandi città che praticavano l’agricoltura ed erano egualitarie dall’altra, anche società che cambiavano organizzazione sociale a seconda delle stagioni, o regioni che vivevano lunghi periodi di libertà, seguiti da secoli gerarchici poi ribaltati da ribellioni che innescavano interi periodi di pratiche consapevolmente anti-autoritarie, o infine, il fatto che tanto la schiavitù quanto la guerra stessa siano state abolite più volte, in luoghi diversi, lungo tutto il corso della storia dell’umanità.

Abbiamo perciò speranza; HWV è un virus al quale si possono spuntare le armi che sono l’industria bellica, la logica militarista, la retorica della patria, la mitologizzazione dell’uomo forte…, [che il potere associato al maschile nel pensiero globale patriarcale incute timore e reverenza; ciò che piace ai dittatori…] Ricordate Mussolini e Putin a torso nudo nelle loro messinscene propagandistiche? Sceneggiate del corollario di un sistema che si ritiene unico e universale, sistema di espansione, colonizzazione, dominio nel quale questo miserabile occidente sembra congelato.

In Rojava si sta sperimentando altro… la storia ha ancora una chance, il vaccino rivoluzionario del confederalismo democratico, dell’autogestione, dell’ecofemminismo.

NOTE:

(1) Da un’intercettazione tra un soldato russo partito per l’Ucraina e la moglie – aprile 2022- Non sappiamo se la notizia sia vera o falsa; ma ragionare su questo aspetto è utile perché non tutte le donne si discostano dall’universo patriarcale militarista.

(2) Franco Fabbro “Identità culturale e violenza- Neuropsicologia delle lingue e delle religioni”. Bollati Boringhieri 2018. Citazione di Sherif 1956 e Haidt 2012 – p. 89

(3) David Graeber, David Wengrow “L’alba di tutto-Una nuova storia dell’umanità”. Rizzoli 2021

DUMBLES gruppo di ricerca ecofemminista dumbles@noblogs.org

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LOTTA ALLE BASI in Sardegna e ovunque

LOTTA ALLE BASI in Sardegna e ovunque 

SABATO 4 GIUGNO 2022 ALLE ORE 19:00 

📣 La collettiva sarda Assemblea Lotto3antimilitarista presenta la fanzine autoprodotta in seguito a “Scorda le basi”, azione separatista di transfemministə, lesbichə, trans, queer dell’8 marzo 2020 alla base militare Nato di Teulada (CA).
A dialogare con lə compagnə sardə, ancora in lotta in queste stesse settimane, ci saranno La Collettiva Matsutake, Lesbiche Bologna e Mujeres Libres Bologna.
🟣 Sarà presente un banchetto per la distribuzione della fanza.

_NoiLaBaseLaVogliamoTechno_lotta alle basi in Sardegna e ovunque

📌 Da decenni lo Stato italiano affitta la Sardegna alla NATO, alla Turchia, a Israele e a tanti altri per provare le bombe che poi verranno lanciate sui civili. La guerra produce morti già a partire dai luoghi in cui viene preparata, inquinando, facendo ammalare le persone, devastando terra e mare.
📌 In questi stessi giorni la Sardegna è circondata da navi militari. Abbiamo appreso attraverso un’ordinanza senza preavviso, che 17 spiagge sono state interdette con divieto per qualsiasi attività per consentire esercitazioni e simulazioni militari lungo le coste.
✊ 🔻 Insieme alle compagne dell’Assemblea Lotto3antimilitarista discuteremo di antimilitarismo da una prospettiva transfemminista e di come in questa lotta convergano diverse battaglie.
📍 L’occupazione militare sottrae parti del territorio alla popolazione, per sperimentazioni e simulazioni di guerra. Ad essere coinvolte sono anche la lotta ambientalista per la salute, per la terra, l’antimilitarismo, l’anticolonialismo e il transfemminismo.
🔥 Come scritto nella fanzine,”non c’è transfemminismo senza antimilitarismo”, perché il militarismo é la cultura della violenza e dello stupro, ed essere transfemministə antimilitaristə significa essere per l’autodeterminazione e contro ogni forma di gerarchia di dominio e di sopruso. Se, come si è urlato nelle manifestazioni, “la guerra parte da qui” è doveroso chiedersi quali siano le pratiche di lotta che qui possiamo mettere in campo.
💪Supporta la lotta:
🎁Le spese che la cassa intende sostenere sono legate alla lotta contro l’occupazione militare intrapresa dal corteo di Capo Frasca (settembre 2014) in poi (copre anche le spese legali)
Bonifico: IBAN IT40D3608105138263281063295
Intestataria: Emanuela Falqui
Ricarica PostePay
numero carta: 5333 1711 2593 7447

Contra su mere 

e su machista

Faghimus sa lota 

anticolonialista

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Alpin jò mame… La penna sul cappello, l’inchiostro nel cervello

I fatti sono questi: a tutt’oggi 11 maggio, almeno 200 denunce di donne molestate in vario modo alla 93esima adunata degli alpini del 5-8 maggio a Rimini.

Non una di meno Rimini sta raccogliendo le testimonianze e rilancia con una contro adunata.

L’ANA dice che alle forze dell’ordine non è stata presentata alcuna denuncia, come dire che perciò il fatto non sussiste. Stop.

Oppure, se proprio proprio, c’è sempre la teoria dell’infiltrato: quelli che , approfittando del mega assembramento si sono mescolati con un cappello d’alpino posticcio per allungare mani, lingue e quant’altro in libertà…

Che la fallocrazia come governo dei sogni appartenga a tutte le classi professionali e sociali come scrive Giulio Cavalli su Left, è pur vero, ma è ancora più vero che: metti insieme un mega assembramento di divise, ornamenti e simboli di corpo, e avrai stimoli di rinforzo e garanzia di protezione per l’azione molesta. E’ la logica del branco, una logica che ha sempre trovato casa nella realtà militarista.

Gli alpini non fanno eccezione, né, nel caso di Rimini, si tratta di casi isolati; a quell’adunata c’erano cartelli con scritto “Viva la gnocca”, “Arrivano gli alpini figa a nastro” e si scandivano motti del tipo “Stiamo sempre sulle cime, ma quando scendiamo a valle attente ragazzine”.

Feccia patriarcale che a Rimini è affiorata in leccate, strattonamenti, palpate, frasi oscene, simulazione di atti sessuali….Tutto l’armamentario di ciò che svilisce una persona collocandola ontologicamente nella categoria di oggetto sessuale. Per chi la vive è un’esperienza brutta, una sensazione bruttissima che trova sbocco non certo nella denuncia di militi ignoti che tali resteranno, ma nella denuncia sociale e nella lotta collettiva e individuale, perché in questo caso sono le donne ad essere intoccabili, non il corpo militare degli alpini.

Quello stesso corpo che intende festeggiare la propria memoria, nella data del 26 gennaio giorno della battaglia di Nikolajewka del ’43, battaglia condotta all’interno di una guerra di aggressione in cui gli alpini combattevano per l’Italia fascista alleata di Hitler.

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25 Aprile 2022. Con i popoli oppressi. No alla vostra guerra!

Il 25 aprile in Italia è festa della liberazione dal nazifascismo,  una data importante da ricordare,  bellissima da far conoscere in tutto il mondo rispetto agli studi di genere e al ruolo attivo e rivoluzionario delle donne nella resistenza. Ma il 25 aprile,  per noi  oggi, è una data simbolica di lotta per rilanciare e riportare nelle strade, nei discorsi, nelle pratiche le lotte, le resistenze, la controinformazione rispetto ai fascismi che avanzano  in un’ ottica tranfemminista, antifascista e internazionalista .
E per questo, purtroppo, oggi , davanti all’ invasione della  Russia in Ucraina ci ritroviamo a parlare di guerra imperialista, anzi guerre imperialiste, cioè  guerre fatte solo per la conquista di territori e risorse; guerre  che, oltre a devastare  tutto e opprimere, affamare, disperare  i popoli e i territori  in senso concreto e materiale, lo fanno anche a livello simbolico, distruggendo tutto quello che negli anni è stato costruito e negando lautodeterminazione delle soggettività e dei popoli: i ruoli di genere vengono rigidamente ripristinati, i razzismi inaspriti, le minoranze represse.
La guerra di invasione di Putin è la più grave minaccia alla pace internazionale. Il principale responsabile di questa pericolosa evoluzione è l’imperialismo statunitense, che dalla caduta dell’Unione Sovietica, attraverso l’espansione della NATO, ha consolidato la sua rete militare globale, e lanciato guerre di invasione come nei casi di Afghanistan e Iraq, per intensificare la sua ingerenza nelle varie parti del mondo e deporre governi a suo piacimento. Washington ha favorito in Russia e nell’Europa dell’Est l’adozione di un brutale programma neoliberista che ha creato le condizioni di instabilità e un vuoto di potere colmato da una deriva di estrema destra nella maggior parte di questi paesi, specialmente in Russia. Per questo, ma non solo, non siamo né con Putin né con la Nato, complici in questo tipo di strategia.
E’ in questa situazione che gli Stati nazionali Europei dimostrano e rivelano tutta la loro ipocrisia, i fascismi e neofascismi più o meno espliciti, le cattive alleanze, la propensione sempre più efficace al modello imperialista e neoliberista, in un atroce valzer di  mostruose ipocrisie. 
Infatti succede che la Polonia accoglie le donne ucraine sopravvissute agli stupri di guerra dei rastrellamenti di Putin  ma impedisce loro di abortire ,  mentre in Italia sono benvenute dopo  aver perso tutto , per essere mandate a lavorare in riviera dove  la manodopera non si trova per il forte sfruttamento. Sono Polonia e Ungheria  ad accogliere le rifugiate ucraine ma a respingerle se sono nere. Allo stesso modo le soggettività trans non possono lasciare l’ Ucraina e essere accolte perché  nei loro documenti sesso e genere non coincidono. Chi sta accogliendo le persone in fuga dalla guerra sono Stati che non hanno diritti riproduttivi , che sono usciti o vogliono uscire dalla Convenzione di Istanbul, che da  anni  sono diventati  paesi a zero accoglienza di migrante rifugiatə mentre non hanno neanche il coraggio di pronunciare il nome di Putin , sottendendo un tacito appoggio filoputiniamo.
Contemporaneamente  la propaganda di Putin per la prima volta nella storia riconosce le minoranze lgbtqa+ invitandole, anzi,  costringendole ad arruolarsi dopo che per decenni le ha solo perseguitate , negato ogni spazio di esistenza e autodeterminazione anche nel diritto e senza nessuna sanzione per questo. 
In una democrazia liberale  e legislativamente più avanti in tema di diritti civili, come l’Italia , l’ imperialismo guerrafondaio viene sostenuto con  un continuo aumento delle spese militari per  appoggiare la Nato: soldi che sono stati sottratti alla sanità ancora piegata (dalla pandemia) e dagli aiuti alle donne in difficoltà e ai nuclei più poveri, mentre il costo della vita  diventa sempre più alto.
Vediamo ancora una volta come le polarizzazioni Nato – Russia risultano insensate in una connesione internazionale dove lo Stato Nazionale Patriarcale è sempre presente e attivo. 
Da transfeministe antifasciste  abbiamo ben presente come questa polarizzazione risulti inutile rispetto all’avanzamento delle destre in Europa, aventi come programma “bloccare l’ immigrazione e aumentare le nascite“, poco importa se si dovesse arrivare a negare il diritto all aborto e adottare “lgbtq free zone”, senza che la sedicente civilissima Unione Europea faccia nulla. Programma che si prende sempre piu spazio in maniera strategica con ingenti somme di denaro che provengono allo stesso modo e in connessione tra loro da oligarchi russi di cui segnaliamo Malofeev, il quale sostiene che “tocca a noi restituire all’ Occidente il favore della liberazione dal comunismo anticristiano”. Questi soldi finanziano movimenti ultracattolici e conservatori tipo Citizen Go in  Spagna o Manif pour tous in Francia, ma sono somme che provengono anche da e verso gli Stati Uniti. Tanti soldi per finanziare movimenti e campagne che riescono a fare pressioni sul Parlamento Europeo e organizzare eventi internazionali con agende segrete tipo il Word Congress of Family. Come si puo’ capire dal loro programma iniziale gli estremisti cattolici sono alleati dei partiti di destra e neofascisti . 
Agiscono su due fronti: nei paesi dove le destre sono già in piena ascesa populista, lo fanno attraverso leggi e programmi politici “Pro vita e famiglia”, negli altri, tipo l’ Italia, attraverso associazioni apparentemente dal basso o in maniera simbolica facendo pressioni che non hanno potenza nel diritto ma hanno funzione nell’immaginario collettivo poichè celano fini populisti. Questo avviene, ad esempio, attraverso la costruzione del fantasma del “gender”, in attesa che personaggi inquietanti delle destre nazionali tipo Pillon e Salvini possano prendere spazio e, che politicanti di destra nelle giunte comunali e regionali, possano lavorare per l’implementazione di queste politiche oscure.
Di fronte a tutto questo e alle nefandezze che  una guerra comporta su tutto ma soprattutto sui corpi delle donne e delle minoranze, noi trans femministe antifasciste siamo in un perenne stato di resistenza e allerta: 
– condanniamo , denunciamo gli stupri di massa come strumento di guerra  compiuti dai soldati russi , chiediamo forti sanzioni e condanne per le violenze in atto
ribadiamo la solidarietà attiva a tutti i popoli oppressi dalle guerre
– siamo interconnesse  ai movimenti antimilitaristi femministi russi che lottano per la pace e sostengono le persone vittime delle forti repressioni di Putin contro chi prova a sabotare la guerra 
– sosteniamo il no alla guerra della neonata e transnazionale Assemblea Permanente Contro la guerra chcon lo slogan “Strike the world” sta costruendo giornate di sciopero internazionale per sabotare la guerra.
– invitiamo a creare e solidarizzare con atti di resistenza sui terriori , a creare momenti piccoli di controinformazione e momenti grandi di sciopero e solidarietà internazionale,ma anche e soprattutto di antimilitarismo e sabotaggio. A questo proposito prendiamo ad esempio e siamo solidali con il movimento di  donne, lesbiche, trans e soggettivita non binarie presenti  e attive  in Sardegna che, in un tranfemminsmo legato all’antimilitarismo e per la liberazione dei territori da guerra e violenze sull ecosistema, da quando è iniziata la guerra , tentano azioni di sabotaggio, blocchi e sanzioni dei luoghi fisici e simbolici di questa guerra, che siano aereoporti militari o basi Nato.
Buon 25 aprile! Buone resistenze per un mondo transfemminista, ecologista, libero da cattofascisti e imperialismo 
Mujeres libres Bologna  
 
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Presentazione graphic novel JEPI JORA di CROMA

 

Questo sabato l’Assemblea Ciclofficine Antifasciste Bolognesi ospita CROMA (Claudia Romagnoli) che attraverso la sua graphic novel JEPI JORA, Edizioni il Galeone, 2021, ci porterà a pedalare “superando confini, lingue, categorie e differenze”

Ci saremo anche noi con il nostro banchetto e i nostri materiali, in compagnia delle nostre amate djesse LNRZV e Dj Frosh! #anoanoanoway

Tra i 20 mila albanesi che nel 1991 sbarcano dalla nave Vlora a Bari, c’è anche Jora, una quattordicenne delle montagne del nord. Jora osserva ciò che le si srotola intorno, attraversa lingue e territori, incontra ostilità e solidarietà. Per intraprendere infine un altro viaggio, fisico e mentale, con la testa e a pedali, che è una sfida, una rivalsa, un percorso di autodeterminazione e fatica. A trent’anni dallo sbarco albanese Jepi Jora è una storia illustrata che prende biciclette, navi, tram e furgoni. È un graphic che parla di razzismo, sfruttamento e patriarcato. È un’avventura che disegna ciclofficine, periferie, scuole e case di borgata“.

Jora in bicicletta , illustrazione di CROMA sabato 9 aprile 2022 presentazione alle ore 19 @ Ciclofficina Popolare AmpioRaggio, Circolo anarchico Berneri – dalle 16.30 apertura straordinaria ciclofficina – dopo la presentazione Aperitivo di autofinanziamento – a seguire Ciclocreazioni musicali dal vivo giù in ciclo

Croma è illustratrice, street artist e ciclista. In azione tra il Molise e Roma, Croma pedala, disegna e si guarda intorno.

 

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Attenziò! Attenziò! Aggiornamento Guida all’Aborto completato!

Qui e sull’homepage del nostro blog trovate la Guida all’Interruzione Volontaria di Gravidanza aggiornata. Scaricatela, leggetela e aiutateci a diffonderla. Anche se se ne parla poco, l’esperienza dell’aborto è molto comune. Ascoltiamoci e supportiamoci, insieme siamo più forti!
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Come (quasi) ogni anno, abbiamo dedicato un po’ del nostro tempo alle telefonate ad ospedali e consultori di Bologna e provincia. Ci impegnamo per verificare che le informazioni in nostro possesso sull’accesso all’aborto siano aggiornate.
Qui di seguito un riassunto per punti degli aggiornamenti di rilievo:
    
– dopo la sospensione causa Covid, negli ospedali di Imola e Bentivoglio è ripreso l’accesso all’aborto farmacologico.
– ricordiamo che, per legge, se si chiama un consultorio per un certificato di gravidanza, il consultorio deve dare un appuntamento ENTRO 3 GIORNI. Solitamente i consultori della provincia non hanno problemi ad attenersi a tale vincolo, ma vi invitiamo a segnalarci eventuali eccezioni per monitorare la situazione.
– negli ospedali di Porretta e Bentivoglio ci hanno detto che somministrano la Ru486 solo entro le prime 7 settimane. Da 7 a 9 settimane delegano la presa in carico all’ospedale Maggiore. Ci chiediamo perchè?! E’ davvero necessario?
– nonostante l’approvazione della determina regionale che approva l’iter sperimentale per la somministrazione della pillola abortiva in consultorio, ad oggi, in nessun consultorio della provincia è partita la sperimentazione. Perchè?!
Ci stiamo adoperando per chiedere conto di questa mancanza alle istituzioni preposte, perché questa guida non è solo un bell’opuscolo informativo ma anche una delle traiettorie della nostra lotta per arrivare a godere del pieno diritto all’aborto!
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